La vendemmia: Un rito senza tempo

Metà ottobre, sole alto nel cielo che riscalda i cuori, filari verdeggianti tra i quali spiccano, rubicondi, i generosi grappoli di uva di Troia e mani sapienti e operose che rapide tagliano, scelgono e scartano: vengo immediatamente rapita da questa immagine, da questo istante autenticamente senza tempo, che si ripete da millenni, sempre eguale e sempre nuovo. Lascio l’auto ai bordi del viale che immette nel vigneto e mi avvicino ai contadini, accolta dal loro canto allegro e compagnone: temo mi considerino un’estranea che disturba il loro lavoro e invece mi accolgono con sorpresa e sincero piacere quando scoprono che, passando di lì e osservandoli mi hanno fatto venire l’idea di scrivere un articolo che descrivesse uno dei riti più antichi e più belli che l’umanità abbia mai conosciuto: la vendemmia...

Quest’anno, mi spiegano vincendo la loro proverbiale ritrosia a parlare di sé e del proprio lavoro, la vendemmia dell’Uva di Troia è ripresa dopo una interruzione di dieci giorni causata dal maltempo. Ma le parole non possono interrompere il lavoro. E così, tagliano e spiegano, scelgono e descrivono, scartano e illustrano. Che straordinaria emozione vedere e capire con quanta velocità e altrettanta sapienza (frutto di una esperienza e di una manualità tramandata di padre in figlio, di generazione in generazione) il contadino opera ira i filari, raccoglie cascate di grappoli, li posa nelle “casse” con delicatezza impensabile per quelle mani così indurite dalla fatica quotidiana nei campi, corre a portare il raccolto sui trattori affinché, senza perdere un solo istante, l’uva raggiunga la vicina cantina per evitare che parta un indesiderato e deleterio processo di fermentazione anticipata! Seguo un viaggio del trattore: in cantina, l’uva viene immessa nella pìgia- diraspatrice, per eliminare raspi e foglie che apporterebbero sgradevoli sentori vegetali al vino.

La pigiatura produce il mosto, immediatamente sottoposto alla misurazione della quantità di zuccheri per mezzo del c. d. mostimetro babo. Subito dopo, secondo la prassi in uso nella cantina che mi ospita, tutto il pigiato viene raffreddato a circa 12° per “spaccare” le pectine delle bucce, così estraendo tutti gli aromi varietali del Nero di Troia: un violento sentore di ciliegia sotto spirito pervade le nostre narici.Si comincia bene! Mi spiegano che, per concentrare i profumi di questa uva, il secondo giorno, dopo la “macerazione a freddo”, il 10% della parte liquida verrà utilizzato per la produzione del vino rosato ricorrendo alla c.d. tecnica del salasso. Ciò consentirà di ottenere un rosato particolarmente pregiato dal mosto fiore e un pigiato più concentrato e ricco di bucce per produrre il Nero di Troia. Una cosa è certa: quest’anno, assicurano gli esperti della Cantina, la qualità del vino sarà ottima.Quanta fatica, però, e quanti sacrifici si celano dietro un bicchiere di vino] Troppo spesso ci si erge a giudici spietati e frettolosi nei confronti di un prodotto che, probabilmente, meriterebbe più comprensione, più pazienza e più generosità di giudizio...Non so per le altre uve, ma assistere alla vendemmia dell’Uva di Troia, così ricca di colore, così carica di chicchi rigonfi e generosi, ma anche di storia per la nostra terra, credo che abbia un che di unico, inimitabile.Come non aspettarsi tanto da un vitigno di cui parla persino Omero nel libro XVIII dell’Iliade? Dall’Asia Minore alla nostra Puglia, vi fu portata dall’eroe omerico Diomede subito dopo la caduta di Troia: di qui il nome di Campi Diomedei dato alla zona intorno a Canosa di Puglia ove originariamente furono impiantati i primi filari.

Torniamo alla poesia della vendemmia e della pigiatura... Una volta entrata in cantina, mi colpisce immediatamente l’odore intenso del mosto e subito m’arresto: un balzo indietro nel tempo, tanto tempo.

Dieci, venti, no, trent’anni fa; ecco cosa il mosto ha richiamato prepotentemente alla mia memoria: centro storico della mia città, ottobre, via S. Martino (guarda il caso...), la strada medievale stretta e tortuosa che percorrevo tutte le mattine per andare alla scuola elementare e il profumo intenso, genuino che saliva dai bassi dei contadini che abitavano al piano superiore e che lì producevano il loro vino. Era quello il mio personale “ribollir dei tini” che mi ha dolcemente accompagnato tutti gli anni, di questi tempi, dalla prima alla quinta elementare...

 Fonte: Apulia magazine; scritto da; Francesca De Leonardis